Oggetti scenici in simbiosi con il personaggio

 La testimonianza di Barbara Giannini

Nell’antica Grecia con il termine  scenici si definiva  “la gente di teatro,coloro che collaborano per la messa in scena”. Da qui l’importanza di evitare una  possibile cesura tra attore,sceneggiatura , scenografia, costume e musica. A questo riguardo vogliamo parlare di una delle opere di Samuel Beckett“Finale di partita” che fu  realizzato per la RAI nel 1978 con  la scenografia di Angelo Canevari e per la regia di Andrea Camilleri. L’autore nasce a Dublino nel 1906, ma ben presto si trasferisce a Parigi dove diventerà amico di James Joyce, incontro che influenzerà tutta la sua poetica letteraria e drammaturgica. Per quest’ultima in particolare è stata coniata la definizione di “teatro dell’assurdo” poiché è incentrata sull’alienazione dell’uomo contemporaneo, la cui vita è caratterizzata da situazioni senza senso, incomunicabilità,impossibilità di costruire relazioni autentiche e da una sostanziale solitudine. Da ciò la particolarità dei personaggi e del loro posto nel tutto e rispetto al tutto: Renato Rascel, interprete di  Clov definisce il suo personaggio come “ l’unico non oggetto del lavoro”; perciò, mentre, i due vecchietti sono tutt’uno con i bidoni che li contengono e Hamm è parte integrante della carrozzina,  Clov è l’unico a muoversi a parlare ad agire, è l’unico che può determinare lo spostamento degli oggetti,  avvertendo la sofferenza di una scala, di un cane di pezza,di un vecchio binocolo. Gli oggetti,così pur costituendo un corpo unico con la scenografia, con la recitazione, con le luci,  acquistano, ognuno, una vita, un destino proprio come creature vive.  Adolfo Celi, nel personaggio di Hamm ,dice addirittura di aver sentito una sorta di osmosi tra la materia, le forme della scena, il costume, gli oggetti ed il suo corpo. In determinati momenti dice di essersi sentito quasi  organicamente legato agli oggetti, alla, stoffa ed alle bende del costume, tanto da doversi domandare dove fosse finito il suo piede e cominciasse la ruota o meglio dove il suo piede cominciasse a farsi ruota, struttura metallica. La cosa però non lo condizionava negativamente, anzi gli oggetti lo incanalavano, gli consentivano una “sorta di libertà guidata ,su dei binari precisi”. Conclude dicendo che,a suo parere,ciò che l’attore, solitamente, fa con il gesto, in questo spettacolo,è stato fatto con la scenografia”. Vi è, quindi,un rapporto assoluto del personaggio con un insieme formato da testo, battute, scenografia, oggetti. Affronta ,poi, l’importanza fondamentale dello spazio dove gli oggetti sono immersi, definendoli come “nuclei, punti significativi per quello spazio, grumi facenti parte di un tutto”.

Questa sensazione di essere una simbiosi tra l’animato e l’inanimato l’ho provata personalmente nella mia interpretazione della Reclusa della Tour Roland, in “Quasimodo il gobbo di Notre Dame”per la sceneggiatura e regia di Gennaro Duccilli, prima nazionale in prosa del capolavoro di Victor Hugo. L’autore descrivendo il personaggio scrive “Forse si era fatta pietra con la pietra della cella”….”uno sguardo che sembrava concentrasse ogni tenebroso pensiero di quell’anima in pena su un non so quale misterioso oggetto.” In questo contesto, la scenografia,di Viviana Panfili, è costituita da un semplice telo, un sudario che tra giochi di luci, ombre e suoni, racchiude quello che un tempo è stata una donna, e che ora diventa parte di questo nuovo essere formato dal corpo dell’attrice e dall’involucro del dolore. Questa chimera rappresenta, così, lo spazio entro il quale si muove l’oggetto simbolico, la scarpetta della bambina perduta,inizio, evoluzione e la fine del personaggio: è l’inferno della scomparsa della piccola, è il purgatorio di quindici anni di lacrime e baci, è il paradiso del ricongiungimento di qualche istante.

E, nel tragico finale che segnerà la scissione delle due parti del personaggio- chimera, ho sentito chiaramente il dolore della separazione, che ha reso la parte umana del personaggio meno ascetica , più vulnerabile, quindi mortale. Così, la morte della Reclusa, nel tentativo disperato di salvare la figlia, annuncia non soltanto il tragico destino di una ragazza condannata ingiustamente ma anche quello della sua collanina spezzata e di una scarpetta, rimasta a singhiozzare, abbandonata tra un corpo senza vita ed un telo senz’anima.